Il settore aerospaziale sta vivendo una transizione radicale: i vecchi satelliti monumentali vengono affiancati da sciami di nanosatelliti e CubeSat, dispositivi modulari ed economici grandi quanto una scatola di scarpe. Nati originariamente come progetti didattici universitari, questi strumenti hanno beneficiato della stessa miniaturizzazione elettronica degli smartphone, diventando laboratori orbitali completi capaci di monitorare il clima, tracciare rotte e persino tentare missioni interplanetarie. I dati aggiornati al 2026 registrano oltre 3.200 unità lanciate, un boom guidato dagli Stati Uniti e favorito dai voli in "carpooling" sui vettori riutilizzabili. Questa democratizzazione dello spazio comporta però un serio problema di sostenibilità ambientale: i dispositivi hanno cicli di vita inferiori ai cinque anni e, una volta spenti, alimentano in modo critico l'accumulo di spazzatura spaziale nell'orbita bassa terrestre.